il paese è chiuso a riccio e, il giorno del loro arrivo(la mattina del 5 aprile scorso), molti degli abitanti hanno manifestato il loro profondo malconento.
Nessuno li vuole vicino casa o nella propria attività a bere un caffè o un bicchier d’acqua. Solo due donne che hanno chiesto di restare nell’anonimato, si sono avvicinate al centro di accoglienza allestito e hanno voluto dissociarsi dalla linea comune dei loro concittadini.
Ma niente nome, «sa qua il paese è piccolo e la gente mormora». Ci troviamo a Lizzano, grazioso e antico borgo di meno di cento abitanti, arroccato sulla Montagna Pistoiese, nel comune di San Marcello, finito nelle prime settimane di aprile su tutte le prime pagine delle cronache locali, perché proprio lì si è deciso di accogliere i 40 profughi in arrivo da Lampedusa, destinati alla nostra provincia. Parliamo proprio di loro, quelli che - dicevamo in testa all’articolo - nessuno li vuole, nemmeno gli altri paesi europei: i tunisini. Loro,invece, ci accolgono a braccia aperte, come se fossimo già loro amici.
«GLI ITALIANI SONO SPECIALI, CI HANNO AIUTATO»
Raggiunta la struttura messa a disposizione dalla Diocesi di Pistoia, complice anche un pomeriggio soleggiato,troviamo i ragazzi (tutti giovani, dai 25 ai 35 anni) all’aperto a giocare a pallone e nonostante i loro occhi gonfi di malinconia, quando al cancello si avvicinano persone, corrono a vedere di chi si tratta. E immediatamente su quei volti olivastri e stanchi, scatta un sorriso.
Parlano in arabo e francese, solo uno di loro, sa utilizzare un inglese fluente. Restando con loro un intero pomeriggio, non si ha mai l’impressione di avere di fronte persone scontrose. Anzi, sono aperti al dialogo,lo cercano in modo sempre gentile e simpatico. Il loro desiderio, alla fine, è quello di rifarsi una vita, avere una possibilità e vivono questi giorni all’interno della struttura pistoiese come un momento di passagio. Il primopasso verso la nuova libertà, cercando di dimenticare in fretta le sommosse nel loro paese, il viaggio e i giorni passati a Lampedusa, schiacciati come sardine, senza un letto dove dormire e un tetto. Del rumore e delle polemiche che il loro arrivo ha causato, sembrano non interessarsi. Anzi, sono i primi a rassicurare i cittadini:
«Siamo qua per cercare un lavoro, per avere una vita
dignitosa. Inoltre, quasi tutti noi vogliamo raggiungere
la Francia, dove abbiamo parenti e amici. L’Italia, però,
ci piace e ringrazieremo questo paese - Lizzano - che
ci ha ospitato. I ragazzi che sono stati con noi sono stati
speciali, siete un popolo che sa aiutare chi è in difficoltà,
chi vi chiede aiuto».
«CI PIACCIONO
LE DONNE DEL VOSTRO
PAESE, MEGLIO
SE BIONDE»
Mentre sui colli di Lizzano cala il sole, nell’ora del tramonto,
alcuni dei 35 ragazzi nordafricani entrano in
casa, altri restano con noi a parlare. Abdel indossa la
tuta del Chelsea e parla inglese: «Meglio non ricordare
i giorni di Lampedusa, qua stiamo bene, ma vorrei
andare in Francia. Sai una cosa? Dell’Italia mi piacciono,
in particolare, le donne, quelle bionde. In questa
struttura siamo tutti ancora single, perché in Tunisia
ci si sposa o ci si fidanza, quando si ha una certa stabilità
economica e io non avevo certo le risorse per
portare avanti una famiglia». Altri ragazzi ascoltano interessati,
pur capendo poche parole. Mohamed mi fa
vedere i piedi scalzi: «Guarda come sono ridotto - dice
ridendo - spero di trovare un lavoro al più presto. Io ho
due patenti e so fare anche il barman». Il più giovane
del gruppo è Bacher, 25 anni. Assomiglia vagamente
all’attaccante francesce Anelka, quando glielo dico è
felice: «Non so giocare a calcio, io faccio pugilato e
arti marziali. Guarda il mio fisico come è esile. A Lampedusa
ho perso dieci chili. Appena potrò tornerò ad
allenarmi».
CON LORO C’E’ SAID, CUOCO
E INTEPRETE
Tra i volontari della Misericordia, ce n’è uno speciale.
Si chiama Said Azzaloualidine, ha 35 anni ed è un marocchino
che vive da anni a Pistoia. Come loro parla la
lingua francese e come loro, conosce alla perfezione
le abitudini e le necessità del popolo magrebino. E’
lui che scandisce le giornate, organizza la colazione, il
pranzo e la cena. «I ragazzi, di solito, li faccio svegliare
alle dieci del mattino e si fa colazione. Poi, quando
più o meno tutti hanno fame, senza fissare un orario
preciso ci mettiamo a preparare il pranzo. Il menù è,
ovviamente, più vicino possibile ai loro gusti, quindi
facciamo una cucina, perlopiù, araba e marocchina. E
quindi pollo, carne, riso, poca pasta che a loro piace
Imolto cotta e non al dente».
Riempito lo stomaco, i ragazzi si raccolgono
alla tv, dato che hanno la possibilità
di seguire tutte le notizie in tempo reale attraverso
il canale di «Al Jazeera». Si respira
un’aria positiva, di fratellanza e speranza. I
volontari della misericordia lavorano incessantemente.
Sono tutti insieme, tunisini e
italiani, all’interno della casa di accoglienza
di Lizzano, come un esperimento di integrazione
perfettamente riuscito. Per ora, però,
è vietato uscire, a meno che non ci sia qualcuno
disposto ad accompagnarli, uno o due
alla volta, al bar per un caffè o a passeggio.
Ce ne andiamo convinti che un posto nel
mondo (scriveva così anche Fabio Volo), ci
sia anche per loro. Usciamo dal cancello e
tutti schierati ci salutano, mentre dalla porta
di casa Said li chiama a raccolta: «Preparatevi,
la pentola è sul fuoco, tra poco si
mangia».
Le esclusive immagini all’interno del centro di
accoglienza a Lizzano, dove si colgono vari
momenti della giornata dei ragazzi tunisini.
Sotto Andrea Spadoni con alcuni profughi
mostra la copertina de “Il Giullare”.
In basso a sinistra, Said, l’interprete.
Al Jazeera T v
E’ pronto, si mangia...
Una partita di calcetto
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