mercoledì 25 maggio 2011

una visione diversa





    La gente comune non parla spesso di “paura del diverso”, sappiamo perfettamente di essere tutti diversi e nessuno mette in dubbio che la diversità sia positiva, può darsi che lei abbia informazioni sbagliate o di parte.



    Non ci sono “diversi ignoranti” e “diversi incompresi”, ci sono, è vero i razzisti, (o idioti) ma appartengono ad entrambe le categorie perchè esiste anche il razzismo degli altri, dei cosiddetti “incompresi” , anche se lei parla soltanto del razzismo di chi “non conosce ed accetta, non accoglie”, ma non parla di quelli che non hanno nessun interesse ne a comprendere ne a farsi comprendere, ad integrarsi e rispettare le regole.



    E’ vero, abbiamo paura, sia noi che “chi e’ altro da noi”, con i quali fianco a fianco viviamo,
    lavoriamo e cerchiamo di sopravvivere pur fra mille difficoltà, anzi tra di noi abbiamo rapporti migliori di quelli che spesso abbiamo con le istituzioni.



    Ma senza stare a scomodare millenni di storia e filosofia, o concetti dovuti alla formazione o le esperienze, non è paura di “ciò che è altro da noi”o “paura da percezione”, paure ancestrali ed altro, è molto più semplicemente la paura di ciò che provoca paura, ed è una paura reale che nasce dal sentirlo il male, non dal percepirlo, è paura dei finti deboli e dei nuovi forti, paura dei bisognosi per mestiere e non per necessità, paura di chi delinque, di chi vive di prepotenza e con questa sua forza troppo spesso vede soddisfatte le sue assurde pretese da istituzioni sia civili che religiose assurdamente deboli con i forti e forti con i deboli, i veri deboli, quelli che non sanno chiedere o tacciono, a qualunque razza o religione appartengano e qualunque sia il colore della loro pelle.




    Non abbiamo paura dello straniero, abbiamo paura di chi contrabbanda spesso forti e giustificate incazzature come razzismo o non comprensione, è paura dei peggiori e del peggio che ci vengono imposti ogni giorno da chi arroccato nelle sue certezze e nel suo scarso senso della realtà (senza voler pensare a peggio) ha la presunzione di fare l’ avvocato difensore non della persona ma delle persone, di intere categorie, come se il bene stesse tutto da una parte ed il male tutto dall’altra, trovando sempre e comunque il modo di giustificare o trovare attenuanti anche a comportamenti inaccettabili, abbiamo paura di chi fa regole sbagliate e di chi non fa rispettare quelle giuste, paura di chi dovrebbe proteggerci dalla paura, paura di chi ha trasformato il “sociale” in una banca dell’ ingiustizia (in tutti i sensi) che fa spesso scelte “non comprensibili” con soldi della comunità.



    Invece di continuare a cercare di convincerci che sbagliamo, che dobbiamo capire, adeguarci, chi si è assunto responsabilità pubbliche operi con correttezza, capacità, imparzialità e soprattutto nel rispetto di tutti, e per tutti intendo anche degli “altri che non comprendono”, si usi il buonsenso, non ci si limiti a “sentire” ma si ascoltino con l’ attenzione ed il rispetto dovuti le giuste rimostranze dei tanti, troppi componenti del vero basso e soprattutto se ne tenga conto, si faccia in modo che le persone perbene che ancora esistono e meriterebbero un paese migliore possano sicuramente comprendere ed eventualmente accettare, non semplicemente subìre come accade adesso, una volta fatto questo vedrà che nessuno se non i soliti idioti di ambo le parti potrà più essere accusato di razzismo.




    E mi permetto di tornare a ripetere ciò che le ho scritto a riguardo della sua opinione sull’ articolo “il terrore degli innocenti” del mese di settembre 2010 (non so se l’abbia ricevuta) e cioè che chi pur rappresentando istituzioni che richiedono grande senso di responsabilità ed altrettanta obiettività è sbilanciato totalmente e pubblicamente da una parte, non è ne che rassicuri i poveri cristi ne faccia ben sperare per il futuro, con questo la saluto, grazie .





    Alessandro

diversi o uguali ? il giullare aprile 2011

dè fortemente influenzata dal nostro stato mentale, psicologico





di Jacqueline Monica Magi





Giudice del Lavoro al





Tribunale di Livorno e Scrittrice culturale. Quanto più conosciamo e siamo aperti





all’esistenza del diverso, dell’altro tanto meglio possiamo





Sento spesso le persone parlare della paura del diverso, di ciò che è altro da sé.



La motivazione profonda di ciò è sicuramente nel fattore della mancanza di conoscenza di ciò che è altro, che, una volta conosciuto, spesso diventa amico e familiare.



Nel passato, quando i sistemi di comunicazione e di conoscenza erano limitati, quando gli ordinamenti giuridici non garantivano la vita di ognuno, quando prevaleva il più forte sia sostanzialmente che formalmente, era comprensibile avere timore di quanto era sconosciuto e poteva dimostrarsi nemico della propria sopravvivenza.



Erano i tempi della schiavitù, della legge del più forte e molti popoli sanno quanto è costato credere nel diverso e accoglierlo.



La storia del Sud America per prima, ma anche dell’Africa, lo dimostrano.



Oggi del nostro pianeta sappiamo tutto, nessun popolo è sconosciuto e sappiamo cosa aspettarci da ognuno.



Esiste inoltre un diritto internazionale convenzionalmente riconosciuto che assicura ad ogni uomo il diritto alla vita e all’integrità fisica e garantisce l’autodeterminazione dei popoli.



Vi sono dunque le condizioni storiche di conoscenza e sicurezza per poter affrontare il diverso con serenità.



Nonostante ciò pare che la paura ancestrale dell’ignoto prevalga e la paura del diverso, dell’altro da sé rinfocola posizioni di chiusura all’altro, di ripiegamento sul certo e conosciuto.





Diverso vuole letteralmente dire differente, dissimile, ma anche “vario”, in italiano antico “molti, parecchi”.



Avere diversi colori significa avere molti vari colori, non uno solo.



Avere diverse scelte è positivo. Ciò che è diverso è un di più rispetto a noi, aggiunge qualcosa che non abbiamo anche se può essere solo una sfumatura. Questo per dire che “Diverso” è una parola positiva, un valore aggiunto, non una connotazione negativa.



Possedere diversi colori, conoscere diverse lingue, saper usare diverse tecniche è positivo.




Convivere con persone di lingua e cultura differenti dalla nostra ci apre la mente , ci fa conoscere l’esistenza di altre realtà e ci permette di giudicare meglio la nostra , ce ne fa vedere meglio le caratteristiche e i limiti.




Ci offre strumenti culturali per affrontare la realtà nel suo complesso come essa è realmente, non come vorremmo noi che fosse.



La percezione stessa della realtà e di tutti i suoi elementi è fortemente influenzata dal nostro stato mentale, psicologico e culturale.



Quanto più conosciamo e siamo aperti all’esistenza del diverso, dell’altro tanto meglio possiamo superare i nostri limiti interni e comprendere il mondo che ci circonda.



Diverso quindi è un valore, essere differenti significa avere di più, non di meno. L’altro da noi ci porta conoscenza e consapevolezza del mondo e di noi stessi.



Ho capito le caratteristiche essenziali della mia origine europea solo al momento in cui mi sono confrontata con mio marito africano.




Eppure ho studiato molto in vita mia, conosco il greco antico e gli scritti dei filosofi che hanno fondato la nostra civiltà, ma il profondo significato dell’essere platonico di questa nostra Europa l’ho capito solo dalla quotidiana convivenza con una cultura altra, lontana, DIVERSA.



Essere così differenti non ci impedisce di avere un dialogo su basi comuni di rispetto uno per l’essere dell’altro e di integrare le nostre culture per creare il nostro nuovo modo di viverle.



Sicuramente ci fa crescere e accresce i nostri orizzonti, ci regala prospettive mai immaginate prima e ci offre nuovi strumenti culturali per misurare il mondo. Avere nuovi e più ampi strumenti culturali ci permette di ESSERE LIBERI, liberi nel pensiero e liberi nel giudizio su quanto ci circonda e soprattutto liberi nel nostro essere profondo, affermando noi stessi e le nostre radici senza bisogno di aggredire l’altro. Avere ampi orizzonti culturali ci offre anche gli strumenti per conoscere meglio e quindi difendere la nostra radice culturale senza alcun bisogno di aggredire per farlo. La conoscenza ci rende consapevoli e perciò forti di noi stessi, ma solo con l’incontro con l’altro possiamo avere vera conoscenza e scoprire la nostra vera essenza e la nostra forza.



Diverso quindi è un valore che non può né potrà maioglierci la nostra identità, quella vera, ma solo rafforzarla…oppure far cadere le maschere di una falsa identità…










Scrivete a Jacqueline Monica Magi





all’indirizzo email info@ilgiullare.com











il giullare aprile 2011

il paese è chiuso a riccio e, il giorno del loro arrivo(la mattina del 5 aprile scorso), molti degli abitanti hanno manifestato il loro profondo malconento.


Nessuno li vuole vicino casa o nella propria attività a bere un caffè o un bicchier d’acqua. Solo due donne che hanno chiesto di restare nell’anonimato, si sono avvicinate al centro di accoglienza allestito e hanno voluto dissociarsi dalla linea comune dei loro concittadini.



Ma niente nome, «sa qua il paese è piccolo e la gente mormora». Ci troviamo a Lizzano, grazioso e antico borgo di meno di cento abitanti, arroccato sulla Montagna Pistoiese, nel comune di San Marcello, finito nelle prime settimane di aprile su tutte le prime pagine delle cronache locali, perché proprio lì si è deciso di accogliere i 40 profughi in arrivo da Lampedusa, destinati alla nostra provincia. Parliamo proprio di loro, quelli che - dicevamo in testa all’articolo - nessuno li vuole, nemmeno gli altri paesi europei: i tunisini. Loro,invece, ci accolgono a braccia aperte, come se fossimo già loro amici.



«GLI ITALIANI SONO SPECIALI, CI HANNO AIUTATO»


Raggiunta la struttura messa a disposizione dalla Diocesi di Pistoia, complice anche un pomeriggio soleggiato,troviamo i ragazzi (tutti giovani, dai 25 ai 35 anni) all’aperto a giocare a pallone e nonostante i loro occhi gonfi di malinconia, quando al cancello si avvicinano persone, corrono a vedere di chi si tratta. E immediatamente su quei volti olivastri e stanchi, scatta un sorriso.


Parlano in arabo e francese, solo uno di loro, sa utilizzare un inglese fluente. Restando con loro un intero pomeriggio, non si ha mai l’impressione di avere di fronte persone scontrose. Anzi, sono aperti al dialogo,lo cercano in modo sempre gentile e simpatico. Il loro desiderio, alla fine, è quello di rifarsi una vita, avere una possibilità e vivono questi giorni all’interno della struttura pistoiese come un momento di passagio. Il primopasso verso la nuova libertà, cercando di dimenticare in fretta le sommosse nel loro paese, il viaggio e i giorni passati a Lampedusa, schiacciati come sardine, senza un letto dove dormire e un tetto. Del rumore e delle polemiche che il loro arrivo ha causato, sembrano non interessarsi. Anzi, sono i primi a rassicurare i cittadini:


«Siamo qua per cercare un lavoro, per avere una vita




dignitosa. Inoltre, quasi tutti noi vogliamo raggiungere




la Francia, dove abbiamo parenti e amici. L’Italia, però,




ci piace e ringrazieremo questo paese - Lizzano - che




ci ha ospitato. I ragazzi che sono stati con noi sono stati




speciali, siete un popolo che sa aiutare chi è in difficoltà,




chi vi chiede aiuto».




«CI PIACCIONO




LE DONNE DEL VOSTRO




PAESE, MEGLIO




SE BIONDE»




Mentre sui colli di Lizzano cala il sole, nell’ora del tramonto,




alcuni dei 35 ragazzi nordafricani entrano in




casa, altri restano con noi a parlare. Abdel indossa la




tuta del Chelsea e parla inglese: «Meglio non ricordare




i giorni di Lampedusa, qua stiamo bene, ma vorrei




andare in Francia. Sai una cosa? Dell’Italia mi piacciono,




in particolare, le donne, quelle bionde. In questa




struttura siamo tutti ancora single, perché in Tunisia




ci si sposa o ci si fidanza, quando si ha una certa stabilità




economica e io non avevo certo le risorse per




portare avanti una famiglia». Altri ragazzi ascoltano interessati,




pur capendo poche parole. Mohamed mi fa




vedere i piedi scalzi: «Guarda come sono ridotto - dice




ridendo - spero di trovare un lavoro al più presto. Io ho




due patenti e so fare anche il barman». Il più giovane




del gruppo è Bacher, 25 anni. Assomiglia vagamente




all’attaccante francesce Anelka, quando glielo dico è




felice: «Non so giocare a calcio, io faccio pugilato e




arti marziali. Guarda il mio fisico come è esile. A Lampedusa




ho perso dieci chili. Appena potrò tornerò ad




allenarmi».




CON LORO C’E’ SAID, CUOCO




E INTEPRETE




Tra i volontari della Misericordia, ce n’è uno speciale.




Si chiama Said Azzaloualidine, ha 35 anni ed è un marocchino




che vive da anni a Pistoia. Come loro parla la




lingua francese e come loro, conosce alla perfezione




le abitudini e le necessità del popolo magrebino. E’




lui che scandisce le giornate, organizza la colazione, il




pranzo e la cena. «I ragazzi, di solito, li faccio svegliare




alle dieci del mattino e si fa colazione. Poi, quando




più o meno tutti hanno fame, senza fissare un orario




preciso ci mettiamo a preparare il pranzo. Il menù è,




ovviamente, più vicino possibile ai loro gusti, quindi




facciamo una cucina, perlopiù, araba e marocchina. E




quindi pollo, carne, riso, poca pasta che a loro piace




Imolto cotta e non al dente».




Riempito lo stomaco, i ragazzi si raccolgono




alla tv, dato che hanno la possibilità




di seguire tutte le notizie in tempo reale attraverso




il canale di «Al Jazeera». Si respira




un’aria positiva, di fratellanza e speranza. I




volontari della misericordia lavorano incessantemente.




Sono tutti insieme, tunisini e




italiani, all’interno della casa di accoglienza




di Lizzano, come un esperimento di integrazione




perfettamente riuscito. Per ora, però,




è vietato uscire, a meno che non ci sia qualcuno




disposto ad accompagnarli, uno o due




alla volta, al bar per un caffè o a passeggio.




Ce ne andiamo convinti che un posto nel




mondo (scriveva così anche Fabio Volo), ci




sia anche per loro. Usciamo dal cancello e




tutti schierati ci salutano, mentre dalla porta




di casa Said li chiama a raccolta: «Preparatevi,




la pentola è sul fuoco, tra poco si




mangia».




Le esclusive immagini all’interno del centro di




accoglienza a Lizzano, dove si colgono vari




momenti della giornata dei ragazzi tunisini.




Sotto Andrea Spadoni con alcuni profughi




mostra la copertina de “Il Giullare”.




In basso a sinistra, Said, l’interprete.




Al Jazeera T v




E’ pronto, si mangia...




Una partita di calcetto





il terrore degli innocenti il giullare

In questo numero abbiamo deciso di raccontare la storia di Renato Fabbeni, padre che, quasi un anno e mezzo fa, è stato pestato a sangue da alcuni extracomunitari, all’interno della Piscina Comunale di Montecatini.



Qual è stata la sua colpa? Difendere il proprio figlio. Della vicenda, all’epoca dei fatti, se n’erano occupati i quotidiani del nostro territorio.



Poi, come sempre accade, il silenzio assoluto. Renato, però, che ancora convive con dolori su tutta la faccia, deve forse trattenere anche la rabbia piu grande: sapere che i suoi aggressori,ancora oggi, sono in giro, in libertà. Il processo va avanti al passo di una lumaca e lui, ogni giorno, pensa che quelle persone potrebbero di nuovo incontrarlo per strada o, addirittura, raggiungerlo a casa.



Cosi, per difendersi, e difendere il figlio, terrorizzato da quel pomeriggio da cani in piscina, controlla tutto con un impianto di videosorveglianza. E’ il prezzo da pagare per la (non) giustizia? Riflettiamo.






il direttore Andrea Spadoni







































martedì 24 maggio 2011

articolo su malagiustizia e commento di giudice

di seguito una intervista fatta da Luca Scardigli del mensile " il giullare" di Pistoia, il commento del direttore ......e l' opinione della dottoressa MAGI GIUDICE DEL TRIBUNALE DEL LAVORO DI LIVORNO, nei post a seguire anche il mio commento.

il terrore degli innocenti articolo













il terrore degli innocenti






















Luigi Scardigli







Renato Fabbeni, poco più di un anno fa, è stato pestato alla piscina comunale di Montecatini












Ora vive nel terrore, protetto, in casa, da telecamere a circuito chiuso. “Quelli che mi hanno aggredito sono ancora in libertà”.







nella casa dove abita con la moglie e i due figli, nella campagna di Buggiano, ci sono una ventina di telecamere a circuito chiuso. E lì resteranno a vigilare ogni eventuale qualsiasi strano movimento, anche dopo che il tribunale avrà emesso la propria sentenza, probabilmente.


Da quel maledetto 7 maggio 2009 non ho più avuto pace: aspetto che la giustizia risarcisca il danno, rimargini le ferite e il terrore che possa accadere di nuovo. Per questo, in qualsiasi momento, desidero sapere dove stiano e cosa facciano i miei figli e per questo ho deciso di installare questo circuito di videosorveglianza”.


La vita di Renato Fabbeni, dopo il terribile pestaggio subito poco più di un anno fa, all’interno della piscina comunale di Montecatini, ad opera di quattro extracomunitari (la notizia intasò le cronache locali per alcuni giorni), non è più la stessa.


Non solo perché in seguito a quella violenta e inspiegabile aggressione abbia subìto vari interventi chirurgici con inevitabili, dolorosi e inguaribili, strascichi sanitari, ma soprattutto perché da allora, non ha più pace. “Mio figlio, da quel giorno, non vuole più dormire da solo: pensate a cosa possa aver subito, quel 7 maggio,
quando vide quattro uomini accanirsi contro suo padre, a terra, fino a poterlo uccidere.


Quel ricordo, forse, che è un vero e proprio incubo, non lo abbandonerà mai più”.


Contro gli aggressori,individuati e riconosciuti grazie alle telecamere interne del centro estivo comunale di Montecatini, Renato Fabbeni ha naturalmente sporto una denuncia penale (una anche civile nei confronti dei gestori dell’impianto).


“Il mio avvocato ha detto che a febbraio si sarebbe iniziato a veder qualcosa di concreto, ma siamo già a settembre e tutto è ancora fermo”. Quando gli chiediamo di ripercorrere gli istanti di quei drammatici momenti vissuti, Renato si massaggia lo zigomo sinistro, ricostruito con un intervento di chirurgia plastica." Potete anche non crederci ma è più grande il dolore di sapere che quei quattro stiano serenamente ancora spasso, che quello che mi perseguita, da allora, su tutto il viso: la parte sinistra della faccia non la sento più. Anche per mangiare, spesso, incontro non poche difficoltà, soprattutto nella masticazione.


Però mi preme anche sottolineare come non sia affatto prevenuto, né tanto meno razzista: pensate che qui, accanto alla mia abitazione, vivono alcuni rumeni con i quali ho un buonissimo rapporto. Spesso mangiamo anche insieme”.


Quando salutiamo e ci congediamo, i due figli sono ancora nel salotto, così come li abbiamo trovati, a vedere i cartoni animati in televisione. Fuori, nel piccolo giardino, il vecchio Zoe, un boxer di dodici anni, è sdraiato a terra, in cerca di refrigerio: prova ad alzarsi e a scodinzolare, ma è vinto dal caldo e resta immobile, all’ombra. Squilla il cellulare: è la moglie, che è a Pistoia, all’Inps, in cerca di lavoro.


“Faccio il magazziniere a Monsummano: alcuni giorni devo parlare molto con i miei colleghi e la sera, per questi problemi che ho alla bocca, sono distrutto.


Non mi è stata riconosciuta alcuna infermità, ma fa lo stesso.


L’importante è che i miei bambini, un giorno, possano dimenticare”






























































































domenica 22 maggio 2011

non bisogna avere solo facili pregiudizi




di Jacqueline Monica Magi





Giudice del Lavoro al Tribunale di Livorno e Scrittrice





P23/la copertina





Non bisogna avere





solo facili pregiudizi”





Quanto accaduto alla piscina comunale di Montecatini Terme è inquietante e, giustamente, inquieta le coscienze: un’aggressione da parte di un gruppo in pieno giorno senza alcun intervento a limitarlo. Sull’accaduto alcuni appunti: il primo è che la violenza da parte di un gruppo fa molto più effetto che quella isolata, anche se più efferata. Si tratta di un normale e ovvio meccanismo psicologico, qualsiasi donna sa che se di notte intravede un gruppo di uomini in giro trema al pensiero di doverli incontrare. La violenza di gruppo risponde a precisi codici del gruppo stesso e nasconde una debolezza mascherata con la arroganza. La debolezza data da una identità non certa, da modelli fasulli porta chi è intrinsecamente debole a manifestare arroganza e violenza bruta per affermare il vuoto che porta dentro. Forse la paura che il gruppo procura di per sé blocca ogni intervento. Riguardo l’intervento pubblico occorre considerare che sono in vigore in Italia leggi garantiste che tutelano ogni cittadino, leggi che hanno la loro origine in principi costituzionali. Fare giustizia necessita del rispetto delle regole e queste regole valgono per tutti i cittadini, quindi quello che spesso viene non compreso sono le regole, i tempi della giustizia garantista e democratica, che ci assicura che lo Stato rispetti ognuno di noi. Occorre far crescere fra i cittadini la conoscenza di quali sono le regole della democrazia e del suo ordinamento per far si che sappiano leggere nei fatti oltre le reazioni immediate, oltre i modi di dire, oltre le frasi e le idee preconcette, per far si che sappiano chiedere a chi li governa cosa effettivamente gli spetta.

il terrore degli innocenti, replica dott Magi





Ho letto solo adesso sul numero di agosto 2010 del Vostro mensile l' intervista alla persona che è stata picchiata in piscina a Montecatini terme e la “opinione” riportata accanto all' articolo nella quale la dottoressa Magi spiega tra l' altro come la violenza di gruppo faccia più effetto di quella isolata e che questo sia un normale ed ovvio meccanismo psicologico , che questa violenza nasca da una debolezza da identità non certa, che la paura che il gruppo procura blocca di per se ogni intervento .., cosa dobbiamo capire ? E quali interventi avrebbe dovuto mettere in atto il malcapitato se non fosse rimasto bloccato “ dalla paura del gruppo” ? Che senso ha dire che si inquietano le coscienze, certo, le coscienze si inquietano ma le persone si “ arrabbiano”, inquieta il fatto nella sua assurda “normalità” , ma più ancora inquieta il dopo fatto, l' oggi, ed inquieta soprattutto il commento in quanto espressione del pensiero di un magistrato, quelle parole aggiungono al danno la beffa, altri cazzotti in faccia assestati al protagonista della vicenda ed a tutti quelli che come lui sono i protagonisti vittime del “terrore degli innocenti” , cosa dobbiamo pensare, che se il caso fosse stato di competenza della dottoressa Magi forse la sentenza avrebbe tenuto conto del profilo psicologico degli imputati da lei tracciato e la condanna avrebbe previsto qualche attenuante ?



Sentire parlare di “..regole dell' intervento pubblico e le leggi garantiste...”, di ”.. tempi della giustizia garantista e democratica che assicura che lo stato rispetti tutti noi...” e vedere una giustizia che impiega anni ad emettere una sentenza e talvolta con esiti difficili da accettare e comprendere (tradotto: sentenze sbagliate), ed in tutto questo tempo permette che un colpevole ed un innocente, chi ha ragione e chi ha torto, abbiano pari diritti, credo non sia proprio espressione di democrazia e rispetto verso i cittadini tutti ma il risultato di una giustizia che non funziona, casi come questo ed altri, dove c'è un reato schifoso e certo, con colpevoli certi, testimoni e prove, dovrebbero essere chiusi già da tempo e possibilmente non con pene ridicole, spesso paga troppo la vittima , poco il colpevole, nulla chi non fa bene il proprio dovere, ed a questo proposito visto che nella opinione si giustifica il modo di operare come rispettoso di leggi e costituzione forse ogni tanto sarebbe opportuno ricordare l'art 28 della costituzione che prevede anche la responsabilità dei giudici , articolo confermato in maniera netta col referendum del 1987 anche dal “popolo sovrano” .




Se tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge anche i magistrati che la legge la rappresentano dovrebbero essere tutti uguali davanti ai cittadini, tutti seri, preparati, competenti, consapevoli dell' importanza della loro missione, i fatti purtroppo dimostrano che non è così.




Credo poi che la costituzione all' articolo tre assegni alla repubblica “..il compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano la libertà e l' uguaglianza dei cittadini....” e non deleghi “..ai cittadini imparare a leggere nei fatti....per saper chiedere a chi ci governa cosa effettivamente ci spetta.....”, forse è chi ci governa, assieme a chi amministra le istituzioni, che è un pò duro d'orecchi....altrimenti saprebbe che “ le reazioni immediate, i modi di dire le frasi e le idee preconcette..” molti cittadini non sanno neppure cosa siano, basano i loro giudizi sui fatti della cruda assurda realtà..



Se, e concludo, è così certa la dottoressa Magi che le critiche verso l'amministrazione della giustizia in Italia siano frutto soprattutto dei nostri facili pregiudizi, cerchi di convincere che è vittima degli stessi facili pregiudizi anche la banca mondiale che per la giustizia ci mette al 156 mo posto su 181 nel mondo, convinca che sbagliano gli investitori stranieri che continuano ad affermare di non venire in Italia per i ben noti problemi di burocrazia e giustizia ed anche l' Europa che continua a sanzionarci, convinca la stampa (non solo quella italiana) che ogni giorno ha qualcosa da dire sul tema giustizia , ma soprattutto lo spieghi a chi ha avuto qualche persona cara che si è uccisa perchè detenuta ingiustamente o perchè non poteva riscuotere i suoi crediti o vedere riconosciuti i propri diritti dopo anni di agonia nei tribunali, lo spieghi a chi anche se non si è ucciso è come morto, uno di quei cittadini diventato a causa della legge un “cittadino disgraziato”, e lo spieghi anche all'autore dell' articolo che parla “di terrore degli innocenti”, (ed aggiungerei anche la vergogna per gli innocenti ), forse anche lui come molti di noi non lo ha capito bene come funzionano le “leggi garantiste” .










Quella che la dottoressa Magi difende non so se per convinzione o per dovere d'ufficio non è la giustizia del popolo sovrano, a meno che il popolo sovrano non sia l'altro, quello dei furbi, di chi sa approfittare di un sistema profondamente ingiusto. Questa non è ne democrazia ne un sistema garantista che si rifà alla costituzione, questa è molto più semplicemente malagiustizia.










saluti